Nel nostro ordinamento si diffama quando si danneggia la reputazione di un’altra persona e questo danneggiamento viene comunicato a più persone con la parola oppure con un qualunque mezzo di comunicazione, in assenza della persona offesa.

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Il bene giuridico tutelato dall’art. 595 del codice penale è la reputazione intesa come l'immagine che ognuno di noi ha presso gli altri. Non è necessaria l'intenzione di offendere la reputazione della persona, bastando la volontà di utilizzare espressioni offensive con la consapevolezza di offendere.

1. Cosa fare quando si viene diffamati?

La prima azione da fare, dopo essersi rivolti a un legale, è la querela contro il diffamatore (se si conosce il nome) oppure contro ignoti per consentire le indagini.

Se la diffamazione è avvenuta tramite social o blog, gli inquirenti chiederanno di avere accesso ai server sui quali la pagina è stata creata, cercando così di individuare l’indirizzo IP dell’autore dell’illecito.

Una volta scoperto il colpevole, sarà consigliabile andare a modificare la querela. Da contro ignoti diverrà contro persona specifica. A questo punto si può continuare il processo penale con richiesta risarcitoria o proseguire solo civilmente per i danni ai sensi degli articoli 2043 e 2059 del codice civile.

2. Esiste un termine entro il quale presentare la querela?

L’articolo 124 del codice di procedura penale prevede un termine di 3 mesi dal fatto per denunciare l’autore.

Se la diffamazione avviene tramite Internet, ai fini della tempistica della querela, il termine di 3 mesi decorre dal momento in cui la persona offesa ha contezza delle espressioni ingiuriose. Sul punto, la giurisprudenza è chiara e precisa. (Sent. Tribunale di Lucca n. 1596 del 14.07. 2016).

3. Cosa fare dopo aver presentato la querela?

Dopo aver presentato la querela, spetterà all’Autorità investigare per scoprire se la denuncia è vera e se ci sono tutti gli elementi per procedere penalmente.

In caso contrario sarà possibile un processo civile per il risarcimento dei danni ex articoli 2043 e 2059 del codice civile.

Se la querela è contro ignoti, non appena si scoprirà le generalità del colpevole bisognerà modificare la denuncia. Non sarà più contro ignoti ma rivolta al soggetto emerso dalle indagini.

La querela è sempre ritirabile. Se viene ritirata non si potrà più riproporre.

Quando inizia il procedimento, il danneggiato, che si è riservato di costituirsi Parte Civile, dovrà decidere, entro la prima udienza, se diventare Parte Civile o restare soltanto Parte Offesa. Nel secondo caso, non potrà chiedere nessun risarcimento nel caso in cui si ritenga soddisfatto con la sola condanna penale del colpevole.

Questi, che sarà diventato imputato, potrà attivarsi per far ritirare la querela. Di solito il ritiro, con contestuale accettazione, avviene dopo il pagamento di una somma decisa tra danneggiato e danneggiante.

4. Novità legislative 2022

La fattispecie di “diffamazione” è prevista e punita ai sensi dell’art. 595 c.p. a tenore del quale chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente, comunicando con più persone, offende l'altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1.032 euro. Se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a 2.065 euro.

Se l'offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a 516 euro. Se l'offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.

Invero, rispetto alla condotta di ingiuria disciplinata ai sensi dell’art. 594, tale disposizione punisce l’offesa rivolta a persone non presenti, che siano assenti fisicamente o anche non in grado di percepire l'offesa. La disposizione trova la propria ratio nella necessità di tutelare la reputazione dell'individuo, ovvero l'onore inteso in senso soggettivo, quale considerazione che il mondo esterno ha del soggetto stesso. In linea di massima, in ordine alla configurabilità del reato in questione, può così argomentarsi: Il reato di diffamazione punisce il soggetto agente che, comunicando con più persone, rechi volontariamente un'offesa alla reputazione di una persona assente.

Ai fini della configurazione della fattispecie, costituiscono presupposti fondamentali: l'offesa all'altrui reputazione; l'impossibilità, per il soggetto passivo, di percepire fisicamente l'offesa arrecatagli; la presenza di almeno due persone al momento del compimento della condotta delittuosa. Orbene, è d’uopo ribadire come per "reputazione" si intenda la stima di cui gode la persona diffamata, nell'ambiente in cui vive. Pertanto, la norma contenuta nell’art. 595 c.p. intende tutelare l’offeso al rispetto della sua reputazione da parte dei consociati.

La condotta di “diffamazione” può essere realizzata con qualsiasi mezzo e in qualunque modo, purché risulti idonea a comunicare l'offesa alla reputazione altrui e rivolta a più persone. In ogni caso, per ritenersi integrati i presupposti del delitto, deve essere illegittima, quindi, non giustificata dall'adempimento di un obbligo giuridico, né dall'esercizio di un diritto soggettivo o di un interesse legittimo, né ancora dal consenso della persona offesa. Nella generalità dei casi non si ritiene ammissibile il tentativo di diffamazione. Ai fini della configurabilità del reato di diffamazione, è sufficiente che, in capo al soggetto agente sussista il dolo generico consistente nella coscienza e volontà dell'offesa e della sua comunicazione a due o più persone.

I commi 2, 3 e 4 della norma in esame prevedono alcune circostanze aggravanti speciali a carattere oggettivo, che riguardano le modalità del fatto o le qualità personali dell'offeso. Invero, ai sensi del co. 2, la diffamazione è aggravata, qualora l'agente attribuisca alla persona offesa un fatto determinato, ossia un fatto specificamente individuato nelle sue circostanze di tempo o di luogo, oppure nelle sue modalità essenziali. Ai sensi del comma successivo, invece, il reato è aggravato nel caso in cui la comunicazione sia realizzata attraverso il mezzo della stampa, con un altro mezzo di pubblicità, oppure con un atto pubblico (rientra in questi casi la diffamazione attraverso l’uso di un social network, si pensi all’utilizzo sempre più diffuso di Facebook).

Infine, la diffamazione risulta aggravata, ai sensi dell’ultimo comma, qualora l'offesa sia recata ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, oppure ad una sua rappresentanza o ad un'Autorità costituita in collegio. L’art. 598 c.p. prevede l'applicazione di una causa di esclusione della punibilità del fatto qualora le offese siano contenute negli scritti presentati o nei discorsi pronunciati dalle parti o dai loro patrocinatori nei procedimenti dinanzi all'Autorità giudiziaria, ovvero dinanzi ad un'Autorità amministrativa, qualora le offese riguardino l'oggetto della causa o del ricorso amministrativo. Al co. 2, la medesima norma prevede, tuttavia, che il giudice possa ordinare la soppressione o la cancellazione, in tutto o in parte, delle espressioni offensive, assegnando, altresì, alla persona offesa una somma a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale.

Al successivo art. 599 c.p., è regolamentata un’ulteriore causa di esclusione della punibilità del fatto nell’ipotesi in cui l'offesa sia conseguente ad una provocazione, ossia sia stata commessa nello stato d'ira determinato da un fatto ingiusto altrui, quale sua diretta conseguenza. L'art. 596, co. 1 c.p. dispone l’applicazione del principio dell'esclusione della prova liberatoria a tenore del quale colui che si sia reso colpevole del reato di diffamazione non possa provare, a sua discolpa, la verità o la notorietà del fatto attribuito alla persona offesa. Tuttavia, ai co. 2 e 3 della medesima norma sono previste talune deroghe. Orbene, quella sin qui esaminata è condotta – ancora oggi – ampiamente diffusa, sulla quale la Corte di Cassazione viene spesso chiamata a pronunciarsi.

Recentemente, la Suprema Corte si è espressa in punto di diffamazione per quanto si interseca con il diritto all’oblio ritenendo che “la tutela della privacy e il diritto all'oblio vanno bilanciati con il diritto alla libertà di informare e di essere informati, specie quando la persona cui si riferiscono le notizie è un personaggio pubblico. Nell'effettuare il dovuto bilanciamento tra libertà d’informazione e diritto alla tutela dei dati personali del singolo non sussiste alcun superamento dei limiti dell'attività giornalistica laddove l'autore di un libro riporta la notizia vera di una precedente condanna per truffa, anche se non riportata nel casellario giudiziale” (v. Cassazione civile sez. I, 28/03/2022, n. 9923).

Fonti Normative

Art. n. 2043 e 2059 del codice civile

Art. n. 124 del codice di procedura penale

 

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Avvocato Marina Di Dio
Marina Di Dio

L'Avv. Marina Di Dio ha superato l'esame di abilitazione nella sessione del 2018 ed è iscritta al Foro di Catania dal gennaio 2020. Dopo la laurea magistrale in Giurisprudenza conseguita presso l'Università degli Studi di Catania, ha s ...