Violazione della privacy

// Diritto Penale  

A chi non è mai capitato di fare una chiamata in cui ci si sente dire che “i nostri dati personali saranno trattati nel rispetto delle disposizioni del Codice della privacy”?

Orbene, tutte le volte in cui comunichiamo i nostri dati personali a terzi, siano essi persone fisiche o giuridiche (pubblica amministrazione o aziende), possiamo andare incontro ad una violazione della privacy.

Il diritto alla privacy (o alla riservatezza) concerne i dati personali della singola persona.

Che cosa sono i dati personali?

I dati personali si dividono in:

- dati identificativi: tutte quelle informazioni che consentono l’identificazione della persona fisica. Ad esempio, il nome, il cognome, l’indirizzo di residenza, il numero del cellulare, il numero di targa del veicolo, le foto.

- dati sensibili: tutte quelle informazioni che riguardano l’origine razziale e etnica, le convinzioni religiose o filosofiche, le opinioni politiche, l’adesione a partiti o sindacati, lo stato di salute e la vita sessuale della persona.

- dati giudiziari: tutte quelle informazioni riguardanti i procedimenti penali a carico del singolo.

Vediamo in quali casi concretamente possiamo ritenere violata la nostra privacy e come possiamo difenderci da questi abusi.

Non possiamo purtroppo fare un elenco tassativo di casi di violazione della privacy in quanto molteplici e svariate sono le occasioni in cui il nostro diritto è messo a repentaglio. Ad oggi, peraltro, il rischio si è notevolmente innalzato, considerato l’uso spasmodico delle tecnologie e dei social network. E sono proprio i social network (Facebook, Instagram, Twitter) ad essere potenti armi di divulgazione di dati e/o foto lesive della privacy.

Ad esempio, è sufficiente pubblicare su Facebook una foto che ritrae una persona (senza che quest’ultima abbia dato il suo consenso alla pubblicazione) affinché si verifichi un caso di violazione della privacy altrui.

E anche l’ambiente di lavoro è spesso teatro di tali lesioni: è ricorrente la violazione della privacy perpetrata dal datore di lavoro ai danni dei suoi dipendenti. A tal proposito, il Garante della privacy ha stabilito che il datore di lavoro può sì controllare l’adempimento della prestazione lavorativa ma non può spingersi oltre, sino al punto di ledere la dignità e la libertà dei suoi dipendenti.

E allora come ci si difende da una violazione della privacy?

Il nostro legislatore ha predisposto una normativa specifica, il d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196 (cd. Codice della privacy) che offre una tutela ampia. Il soggetto, vittima di una violazione della privacy, potrà fruire di una tutela:

  1. Amministrativa
  2. Civile
  3. Penale

Prima di esaminare nel dettaglio le tutele offerte al singolo, dobbiamo fare una precisazione.

L’interessato (cioè il soggetto cui i dati personali si riferiscono) può scegliere di far valere i suoi diritti innanzi a due organi:

- Garante della privacy

- Autorità giudiziaria

Il ricorso all’uno o all’altro è alternativo: il soggetto, dunque, non potrà far valere il suo diritto innanzi ad entrambi ma dovrà scegliere a chi rivolgersi. In altri termini, se sceglie di rivolgersi al Garante della privacy non potrà poi rivolgersi all’autorità giudiziaria per gli stessi motivi e viceversa.

Vi è una differenza fondamentale tra i due organi: il ricorso al Garante della privacy non consente di ottenere il risarcimento del danno al pari di quanto accadrebbe ricorrendo al giudice. Il Garante della privacy, infatti, non può infliggere una condanna di risarcimento per violazione della privacy a favore dell’interessato in quanto i suoi poteri consistono nel disporre l’adozione di alcune misure, quali l’interruzione o il blocco del trattamento.

Spetterà, pertanto, al singolo scegliere di quale tutela avvalersi.

È bene comunque fare affidamento sempre a persone esperte, quali appunto avvocati specializzati, i quali sceglieranno la tutela più confacente al caso di specie.

A prescindere da quale autorità (Garante della privacy o giudice) il singolo decida di adire, egli dovrà previamente inviare un’apposita istanzaal titolare o al responsabile, cioè quelle persone fisiche o giuridiche che sono in possesso dei dati personali del singolo. Questi ultimi dovranno rispondere entro quindici giorni dal ricevimento dell’istanza.

Se non perviene alcuna risposta o l’interessato non sia soddisfatto della stessa, allora potrà decidere di adire il Garante della privacy o il giudice.

1.Tutela amministrativa innanzi al Garante della privacy

Come abbiamo appena detto, il singolo potrà porre rimedio alla violazione della privacy rivolgendosi al Garante della privacy mediante tre modalità:

  1. Segnalazione
  2. Reclamo
  3. Ricorso

1.1 Segnalazione

Il singolo può inviare gratuitamente al Garante un’istanza ove lamenta la non conformità del trattamento dei dati alla legge e richiede, pertanto, un controllo da parte della stessa autorità garante.

1.2 Reclamo

Il singolo può proporre reclamo tutte le volte in cui ritiene di non avere ottenuto tutela adeguata o vuole che il Garante si pronunci su una determinata questione.

Nel reclamo dovranno essere indicati:

- I fatti e le circostanze poste a fondamento

- Le disposizioni di legge che si ritiene siano state violate

- Le misure richieste

- I dati identificativi del reclamante e del titolare o responsabile (nome, cognome, residenza, codice fiscale)

Al reclamo dovrà essere allegata una ricevuta del versamento di € 150,00 a titolo di diritti di segreteria.

1.3 Ricorso

Il ricorso può essere presentato solo in due casi, che sono:

- Tardiva o mancata risposta del titolare o del responsabile, i quali, come abbiamo detto sopra, hanno un termine di quindici giorni per rispondere

- Il decorso del predetto termine di quindici giorni potrebbe determinare un pregiudizio grave e irreparabile in capo all’interessato

Nel ricorso devono essere indicati:

- I dati identificativi del ricorrente e del titolare o responsabile (nome, cognome, residenza, codice fiscale)

- L’elezione di domicilio, ove ricevere le comunicazioni inerenti il procedimento

- La data in cui è stata presentata la previa istanza o il pregiudizio grave e irreparabile

- I fatti e le circostanze poste a fondamento

- Il provvedimento richiesto al Garante

Una volta presentato il ricorso, a cui si deve allegare la ricevuta del versamento di € 150,00 a titolo di diritti di segreteria, il Garante può:

- Accogliere il ricorso: il Garante ordinerà la cessazione del comportamento illegittimo e l’adozione di tutte le misure che si rendono necessarie per la tutela della privacy del singolo.

- Rigettare il ricorso: decorsi sessanta giorni dalla presentazione del ricorso, il Garante non si pronuncia e questo equivale al rigetto del medesimo (il cd. silenzio-diniego.)

Avverso il provvedimento (di accoglimento o di rigetto) adottato dal Garante il singolo potrà proporre ricorso innanzi al Tribunale del luogo di residenza del titolare.

2. Tutela civile innanzi all’autorità giudiziaria

L’interessato potrebbe decidere di rivolgersi direttamente al giudice presentando una richiesta di risarcimento per violazione della privacy.

L’attività di trattamento dei dati personali viene qualificata come attività pericolosa rientrante nell’art. 2050 c.c. (art. 15 Codice della privacy)

E questo comporta che l’interessato potrà promuovere un’azione risarcitoria innanzi all’autorità giudiziaria allegando solo la prova del danno (patrimoniale e non patrimoniale) cagionato dalla violazione della privacy. Di converso, sarà il titolare o il responsabile del trattamento a dover dare prova di aver adottato tutte quelle misure idonee ad evitare la presunta violazione della privacy.

È evidente che non ogni violazione della privacy potrà fondare una richiesta di risarcimento in quanto il danno subito dovrà essere serio e grave. Di conseguenza, non saranno prese in considerazione quelle richieste di risarcimento per violazione della privacy dovute ad un mero disagio o fastidio.

3. Tutela penale

Tutte le volte in cui un soggetto diffonda illecitamente dati personali di una persona senza il suo consenso e per finalità diverse dalla tutela di un diritto proprio o altrui, recando nocumento (cioè pregiudizio) alla vittima o mediante comunicazione sistematica o diffusione degli stessi, si configura il reato di trattamento illecito dei dati (art. 167 Codice della privacy). E le pene previste sono:

- Reclusione da sei a diciotto mesi se dal fatto è derivato un danno alla vittima

Reclusione da sei a ventiquattro mesi se il fatto è commesso mediante diffusione o comunicazione

Pensiamo, ad esempio, al caso di un investigatore privato che diffonda le informazioni ottenute mediante una cimice posta nell’ufficio della persona interessata. O ancora -e questo accade spesso oramai- la moglie che diffonde la conversazione (appresa mediante l’uso di una cimice) tra il marito e l’amante e dalla cui diffusione sia derivato un danno alla reputazione del marito.

Ecco in questi casi ci troviamo innanzi ad un illecito trattamento dei dati personali e le vittime potranno sporgere una denuncia-querela per violazione della privacy.

L’illecito, dunque, si intende commesso ogniqualvolta un soggetto diffonda dati personali altrui, dei quali sia venuto a conoscenza, anche occasionalmente, per scopi diversi dalla tutela di un diritto proprio o altrui. E la diffusione, peraltro, avvenga senza il consenso dell’interessato e provocando al medesimo un ingiusto pregiudizio.

L’ingiusto pregiudizio deve consistere in un danno (patrimoniale e/o non patrimoniale) apprezzabile; sicché, non saranno rilevanti penalmente tutte quelle violazioni della privacy che si risolvono in mere irregolarità procedimentali o inosservanze.

Fonti normative:

- lgs. 30 giugno 2003, n. 196: Codice in materia di protezione dei dati personali o Codice della privacy

- Codice civile: art. 2050 c.c.

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