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Risarcimento per ingiusta detenzione: a chi spetta

Anche la giustizia può sbagliare. Cosa fare quando questo accade?

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1. Ingiusta detenzione, in cosa consiste?

La limitazione della propria libertà è sempre un evento traumatico, a maggior ragione laddove successivamente venga ravvisata l’infondatezza di questa decisione. Questo è proprio ciò che accade quando un soggetto viene ingiustamente sottoposto ad un periodo di carcerazione cautelare o agli arresti domiciliari.

Il legislatore ha previsto che, chi ha subito ingiusta detenzione, abbia diritto ad un indennizzo: questo è qualcosa di diverso dal risarcimento (art. 2043 e 1228 cc), poiché è la conseguenza di un comportamento autorizzato dall’ordinamento e compiuto dall’autorità giudiziaria. Questa fondamentale differenza è stata sottolineata anche dalla Corte di Cassazione, si ricordi ad esempio la sentenza 43978 del 2009, attraverso la quale è stata ricordata la differenza tra risarcimento ed indennizzo.

Questo è il motivo per il quale questo indennizzo, che deve essere equo, è il risultato di calcoli precisi basati su una serie di parametri prestabiliti.

Il legislatore è intervenuto in materia dapprima con la legge 447 del 1998, fino ad arrivare ad oggi con previsioni nel codice di procedura penale agli articoli 314 e 315. Parte della disciplina fa poi riferimento alla procedura prevista per i casi di errori giudiziari (artt. 643 ss.).

2. Chi ha diritto all’indennizzo per ingiusta detenzione?

Il codice di procedura penale, all’articolo 314, prevede che possa richiedere l’indennizzo per ingiusta detenzione:

  • chi sia stato prosciolto con sentenza irrevocabile perché:
  1. il fatto non sussiste;
  2. per non aver commesso il fatto;
  3. il fatto non costituisce reato ovvero il fatto non è previsto dall’ordinamento come reato.

In questi casi si ha pertanto diritto ad un indennizzo quale equa riparazione della custodia cautelare subita ovvero degli arresti domiciliari a cui si è stati sottoposti.

  • Chiunque sia stato prosciolto per qualsiasi causa;
  • Qualora il condannato abbia subito una custodia cautelare e successivamente si provi che il provvedimento sia stato assunto senza che ci fossero i requisiti richiesti dalla legge (artt. 273 ss.);
  • Qualora si abbia una sentenza di archiviazione o di non a luogo a procedere.

Ciò che la legge sottolinea, soprattutto a riguardo del primo punto, è che il soggetto non deve in alcun modo aver concorso né con dolo né con colpa grave. A riguardo si è espressa la Corte di Cassazione con la sentenza 11501 del 2019.

3. Quando è escluso l’indennizzo per ingiusta detenzione?

Non sempre questa forma di ristoro viene riconosciuta, in particolar modo i commi 4 e 5 dell’articolo 314 del codice di procedura penale prevedono che non se ne abbia diritto quando:

  • la custodia cautelare è stata computata nella misura di una pena;
  • laddove il periodo di custodia sia stato sofferto in forza di un altro titolo (es. il soggetto avrebbe dovuto poi effettivamente esservi sottoposto per un altro reato e quel periodo viene pertanto computato per esso);
  • laddove l’archiviazione avvenga perché c’è stata abrogazione della norma incriminatrice (vale a dire che un comportamento prima era considerato reato mentre successivamente la norma viene abrogata) e quindi la pena sofferta prima dell’abrogazione non sarà computata nella valutazione finale dell’indennizzo ma lo sarà quella sofferta successivamente all’abrogazione.

4. Come si ottiene l’indennizzo?

L’articolo 315 cpp. prevede l’iter per la richiesta di questa forma di ristoro del danno ingiusto subito a causa di un atto lecito.

Questo deve inderogabilmente essere richiesto entro 2 anni da:

  • il giorno in cui la sentenza (proscioglimento, condanna) diviene irrevocabile;
  • il giorno in cui la sentenza di non a luogo a procedere divenga inoppugnabile;
  • il giorno in cui il provvedimento di archiviazione viene notificato al soggetto interessato.

La normativa fa in parte riferimento a quella prevista per la riparazione del danno da errori giudiziari (art. 643-647) e si prevede che:

  • la somma non può superare € 516.456,90;
  • bisogna munirsi di un legale dotato di procura speciale. Laddove non si abbia la possibilità economica, si potrà avere accesso al gratuito patrocinio a spese dello Stato;
  • se il diretto interessato decede, la richiesta può essere inoltrata dagli eredi ed aventi diritto (art. 644 cpp.), ad esclusione di coloro che si trovino in condizione di indegnità; in particolare, si fa riferimento al coniuge, ai discendenti, ai fratelli, agli affini e coloro che abbiano avuto un vincolo di adozione con il deceduto;
  • la domanda deve essere presentata nei modi previsti dalla legge all’articolo 655 cpp. In particolare, l’organo competente è la Corte d’Appello nel cui distretto ha sede l’autorità che ha emesso la misura detentiva o il provvedimento per gli arresti domiciliari. La decisione viene presa in camera di consiglio.

5. Come si calcola l’ammontare dell’indennizzo?

Si utilizza un criterio aritmetico e, come suddetto, è previsto un tetto massimo risarcibile.

Partendo dal presupposto che la custodia cautelare non può superare i sei anni, al fine di calcolare l’esatto ammontare dell’indennizzo dovuto per ingiusta detenzione il giudice applica una formula che consiste nel rapporto tra la somma massima risarcibile (€ 516.456,90) ed il periodo massimo applicabile di custodia cautelare (espresso in giorni), in relazione ai giorni effettivi che sono stati scontati ingiustamente.

Nella valutazione dell’ammontare totale non si tiene solo conto del criterio aritmetico, infatti in giudice deve indispensabilmente avere riguardo anche per altre condizioni: si pensi alla perdita del lavoro durante la detezione, eventuali problemi psicofisici dovuti alla stessa ed a tutte le conseguenze che possono derivare dal subire tale condizione.

Per quanto riguarda gli arresti domiciliari la somma viene dimezzata. Si stima comunque che, sulla base del calcolo aritmetico, vengano versati all’incirca 235 per ogni giorno trascorso in carcere (senza quindi tener conto di tutti gli altri eventuali fattori e le variabili di cui il giudice invece deve avere riguardo).

Nonostante ciò, non sarà possibile per il giudice superare il tetto massimo stabilito dalla legge.

Il diritto a questo indennizzo è riconosciuto non solo dalla legge italiana ma anche dalla normativa europea; per quanto il percorso per ottenerlo sia lungo è necessario far valere tale diritto laddove esso sia fondato.

6. Le statistiche.

I casi di ingiusta detenzione ed errori giudiziari sembrano essere un fenomeno in aumento, secondo alcuni dati pubblicati, negli ultimi 25 anni sarebbero più di 26 mila le vittime di custodia cautelare in carcere o arresti domiciliari successivamente riconosciute innocenti (dato che quindi non tiene conto delle vittime di errori giudiziari in senso tecnico, cioè chi viene invece condannato con sentenza definitiva perché ritenuto colpevole e successivamente assolto con un processo di revisione).

L’ammontare della spesa dovuta a questo meccanismo supera i 29 milioni di euro l’anno; la maggior parte delle domande deriva da alcune zone del sud Italia (Calabria, Campania, Lazio).

Sara Barbalinardo

Fonti normative

Codice di procedura penale: artt. 314/315 per ingiusta detenzione; artt. 643 ss. per errori giudiziari.

Sentenza Cassazione Penale, Sezione IV del 17/11/2009 n°. 43978: differenza tra indennizzo e risarcimento.

Sentenza Cassazione, Sezione IV penale 14/12/2018 n°. 11501: necessità di assenza di dolo o colpa grave.

Codice civile: artt. 2043 e 1228 per concetto di risarcimento.

Legge 447 del 1998: iniziale normativa sull’argomento.

www.errorigiudiziari.com

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