Cos'è il reato di appropriazione indebita

Si parla di reato reato di appropriazione indebita quando una persona si appropri di denaro o di una cosa mobile altrui, detenendo il possesso a qualsiasi titolo, al fine di procurare per sé o per altri un ingiusto profitto

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  • Caratteristiche del reato di appropriazione indebita
  • L’aggravante prevista dall’articolo 646 c.p.
  • Procedibilità
  • Prescrizione del reato
  • Alcuni riferimenti dalla giurisprudenza
  • L’appropriazione indebita di denaro avuto a titolo di prestito: presupposti
  • Come comportarsi in caso di mancata restituzione di una somma di denaro data a prestito
  • Fonti normative
  • 1. Caratteristiche del reato di appropriazione indebita

    La fattispecie è prevista all’articolo 646 del codice penale, ai sensi del quale commette il reato di appropriazione indebita chiunque si appropri di denaro o di una cosa mobile altrui, detenendo il possesso a qualsiasi titolo, al fine di procurare per sé o per altri un ingiusto profitto. Il reato è procedibile in seguito a querela della persona offesa e la pena è della reclusione da due a cinque anni e di una multa da mille a tremila euro. A tali prospettive si è giunti in seguito alle modifiche apportate dalla legge anticorruzione del 2018. Questo recente intervento normativo è stato ritenuto necessario al fine di agire in maniera maggiormente incisiva a riguardo, in quanto prima la pena era fino a tre anni e la multa si limitava a giungere a 1032 euro.

    Analizziamo però meglio la fattispecie. Il reato è stato inserito nel codice nei “Delitti contro il patrimonio mediante frode”, pertanto è facilmente intuibile che il bene giuridico tutato principalmente è proprio il patrimonio e quindi la proprietà; in questo caso la violazione della proprietà, tra i diritti fondamentali nel nostro assetto giuridico, avviene nel momento in cui il soggetto agente, che ha disponibilità del bene altrui, se ne appropria e mantenga una condotta tale  da esprimere la sua volontà di sottrarla definitivamente al suo legittimo proprietario. È proprio il possesso a rendere evidente la differenza tra questa fattispecie ed il reato di furto (art. 624 c.p.), il quale invece non prevede alcun tipo di possesso da parte del soggetto agente.

    Per tale motivo la disciplina identifica quale elemento soggettivo del reato il dolo specifico, identificabile certamente nel momento in cui il soggetto agente manifesti, tramite la sua condotta, la cosciente volontà di appropriarsi del bene altrui, cercando per sé o terzi un profitto del tutto ingiusto. 

    La Cassazione, con la sentenza 45298 del 2017, ha definito questo processo come di interversione del possesso, che consiste appunto negli atti realizzati dal soggetto agente ed utili al fine di “spostare” su sé stesso la proprietà del bene. Tale reato è considerato anche plurioffensivo, in quanto non si lede esclusivamente il diritto di proprietà bensì anche il rapporto fiduciario che intercorre tra il proprietario ed il soggetto avente l’obbligo di restituire la cosa posseduta.

    Si noti che, il profitto, non deve necessariamente essere raggiunto per poter identificare la fattispecie, è infatti sufficiente porre in essere la condotta identificativa del reato. La dottrina maggioritaria ritiene che il profitto debba essere considerato di natura esclusivamente patrimoniale, tuttavia non mancano opinioni minoritarie che ritengono indispensabile anche la considerazione del profitto extra-patrimoniale.

    2. L’aggravante prevista dall’articolo 646 c.p.

    La norma prevede una pena maggiorata per coloro che compiano il reato possedendo il bene a titolo di deposito necessario; quest’ultimo consiste in un deposito che viene effettuato dal proprietario di un bene in virtù di circostanze imprevedibili, che conducono al deposito indipendentemente dalla volontà del proprietario. Si pensi ad esempio ad eventi gravi come incendi, naufragi e catastrofi naturali.

    In questo caso la pena è aumentata fino ad un terzo, ovviamente con la possibilità di ulteriori aumenti nel caso in cui vengano rilevate ulteriori circostanze aggravanti. Questa specifica previsione è considerata aggravante in quanto è ancor più riprovevole la condotta perpetrata a discapito di chi si trovi in uno stato di necessità e che pertanto non ha avuto la possibilità di scegliere anticipatamente il depositario.

    3. Procedibilità

    L’articolo 646 c.p. prevede che il reato sia procedibile in seguito a querela della persona offesa: essa consiste in quella dichiarazione di volontà, rilasciata dalla persona offesa presso l’autorità giudiziaria, consistente nella richiesta di procedere contro chi abbia commesso il fatto. La legge, per diverse fattispecie, fa dipendere la procedibilità proprio da questo primo atto d’impulso della persona offesa. Si ricorda tuttavia che la querela deve essere presentata entro tre mesi dal compimento del fatto.

    È prevista anche una procedibilità d’ufficio, anche se solo in ipotesi tassative:

    • quando il fatto è commesso su cose possedute a titolo di deposito necessario;

    • quando ricorrono le circostanze previste dall’articolo 61 c. 11 del codice penale. In particolare, laddove l’appropriazione indebita venga posta in essere abusando della propria autorità ovvero con abuso delle relazioni d’ufficio, prestazione d’opera, coabitazione od ospitalità.

    4. Prescrizione del reato

    Il normale termine di prescrizione previsto, senza interruzioni, è di sei anni. Si fa riferimento all’articolo 157 c.p. ai sensi del quale essa “estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque non inferiore a sei anni se si tratta di delitto […]. Per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo alla pena stabilita dalla legge per il reato consumato o tentato […]”.

    5. Alcuni riferimenti dalla giurisprudenza

    La condotta può realizzarsi con modalità particolarmente differenti. A tal proposito è intervenuta una sentenza del Tribunale di Monza, la quale ha messo in luce alcuni aspetti relativi al reato cercando di fare chiarezza. In particolare, facendo riferimento ad un eventuale mancata restituzione di un personal computer, è stato puntualizzato che il reato ha diverse modalità di espressione che possono essere individuate in atti o fatti che vanno a tradursi nella consumazione, trasformazione, alienazione, ritenzione o distrazione della cosa o del denaro. Si noti infatti che anche la distrazione è stata inclusa nella fattispecie di appropriazione indebita. Ciò che è meritevole di nota riguarda l’omessa restituzione della cosa da parte del possessore in quanto tale atteggiamento ha un mero rilievo civilistico e quindi il soggetto leso deve necessariamente rivolgersi al giudice civile per veder riconosciuto il proprio diritto.

    Questa sentenza si pone in linea con la giurisprudenza dominante, in particolare si fa riferimento alla sentenza 15815 del 2017 della Cassazione, in riferimento a casi che non vengono fatti rientrare nel reato di appropriazione indebita; è stato deciso infatti che non integra il reato la condotta del promittente venditore il quale, in seguito a risoluzione del contratto, non restituisca al promissario acquirente l’acconto precedentemente dato. La Cassazione ha stabilito che in questo caso si tratti di un mero inadempimento civilistico.

    6. L’appropriazione indebita di denaro avuto a titolo di prestito: presupposti

    Il denaro oggetto di un prestito ricevuto per il compimento di una specifica attività, se utilizzato per uno scopo diverso, può integrare il reato di appropriazione indebita ex art. 646 c.p. (cfr. Cassazione penale sez. II, 24/10/2017, n. 50672).

    Questo perché il soggetto utilizza la res dandogli una destinazione incompatibile con il titolo che ne giustifica il possesso (cfr. Cassazione penale sez. V, 26/05/ 2014, n. 46475). Si parla in questi casi di interversione del possesso: il denaro consegnato dal legittimo proprietario ad altri con destinazione specifica, sulla base di un rapporto di fiducia, viene utilizzato per fini personali diversi da quelli predeterminati.

    Ad esempio, Tizio consegna una somma di denaro a Caio chiedendogli la cortesia di pagare una multa per eccesso di velocità all’ufficio postale. Caio invece di procedere in tal senso, trattiene per sé questo denaro e lo utilizza per acquisti personali con la promessa di restituirlo a Tizio entro due mesi.  Passa il tempo e Caio non restituisce i soldi. Possiamo parlare qui di appropriazione indebita perché Caio, violando il rapporto di fiducia con Tizio, si appropria del denaro che avrebbe dovuto utilizzare per un determinato uso e lo utilizza a suo piacimento senza poi restituirlo al suo legittimo proprietario.

    Se il denaro, invece, viene dato in prestito senza stabilire un suo specifico utilizzo, la sua mancata restituzione non consiste in una distrazione di denaro tale da configurare la fattispecie di cui all’art. 646 c.p. (cfr. Cassazione penale sez. un., 25/05/2011, n. 37954). In questo caso, infatti, il soggetto che riceve il denaro è libero di disporne secondo i propri voleri (cfr. Cassazione penale sez. II, 21/04/2017, n. 24857).

    7. Come comportarsi in caso di mancata restituzione di una somma di denaro data a prestito

    Può capitare di prestare una somma di denaro ad un amico, parente o conoscente. Non ci sono formule precise da seguire in questo caso. Basta in teoria una stretta di mano tale da sigillare l’accordo tra le due parti. Il buon senso però consiglia in tali casi di mettere il tutto nero su bianco, attraverso una scrittura privata.

    In tal modo ci si precostituisce la prova del prestito di denaro. Cosa che potrebbe risultare utile in caso di problemi circa la sua restituzione, nonché rispetto ad eventuali controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate. Va da sé che nel caso in cui viene stabilito la restituzione, insieme al capitale prestato, anche di una somma a titolo di interessi, questi non possono travalicare i limiti previsti dalla legge, per non incappare nel reato di usura.

    In caso di mancata restituzione (eventualmente anche stabilita a rate) di solito si procede ad inviare una comunicazione scritta (una lettera) con cui il creditore chiede di provvedere alla restituzione.  Se il soggetto beneficiario del prestito continua a rimanere inattivo, a questo punto si passa a intraprendere una strada più convincente.

    Si presenterà una querela per appropriazione indebita, quando la somma era stata data in prestito per un suo utilizzo specifico e invece viene spesa per un altro motivo, violando il rapporto di fiducia che esisteva tra le due parti. Se invece la somma di denaro era stata data in prestito lasciando il soggetto libero di disporne come meglio credeva, allora la strada da seguire è quella civilistica del recupero crediti.


    Fonti normative

    Codice penale artt.: 646, 624, 157;

    Legge anticorruzione: legge 9 gennaio 2019 n°. 3;

    Sentenza Tribunale di Monza, sez. pen., 14 marzo 2018 n°. 651;

    Corte di Cassazione: sentenza n°. 45298 e sentenza n°. 15815 del 2017;

    Cassazione penale sez. II, 24/10/2017, n. 50672

    Cassazione penale sez. II, 21/04/2017, n. 24857

    Cassazione penale sez. V, 26/05/ 2014, n. 46475

    Cassazione penale sez. un., 25/05/2011, n. 37954


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    Sara Barbalinardo

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