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Qual è la pena prevista per chi rilascia una falsa testimonianza?

La falsa testimonianza è un reato per cui si può essere puniti con la reclusione in carcere da due a sei anni.

< Diritto Penale  

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1. Falsa testimonianza: chi sono i soggetti lesi e come si realizza

Il reato di falsa testimonianza è previsto dall’articolo 372 del codice penale, il quale recita che: “Chiunque, deponendo come testimone innanzi all’Autorità giudiziaria o alla Corte penale internazionale, afferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte ciò che sa intorno ai fatti sui quali è interrogato, è punito con la reclusione da due a sei anni”.

Analizzando la norma si possono desumere tutti gli elementi identificativi del reato; esso viene realizzato da chiunque rivesta la qualità di testimone dinanzi a qualsiasi autorità giudiziaria del nostro ordinamento nonché alla corte penale internazionale, dando peraltro rilevanza al reato anche in sede extranazionale. La condotta realizzata può essere di tipologia differente:

  • affermare il falso (quindi la condotta si realizza mediante commissione);
  • negare il vero;
  • tacere, in tutto o in parte, ciò di cui si è a conoscenza (la condotta si realizza mediante omissione o reticenza).

Questa condotta è stata prevista quale reato in quanto il legislatore ha ritenuto indispensabile tutelare il buon funzionamento dell’attività giudiziaria. Si tenga infatti conto che, laddove una decisone finale fosse basata su una testimonianza non veritiera, potrebbe condurre alla punizione di un soggetto innocente ovvero ad uno sviamento delle indagini delle autorità tale da condurla in errore o in lungaggini inutili. Questo reato è detto di pericolo in quanto basta che influisca in qualche modo sull’esito del processo, senza necessariamente condurre ad una sentenza erronea.

Tuttavia, la particolarità del reato riguarda il soggetto passivo dello stesso, in quanto esso non è il privato a sfavore del quale possa essere deposta la falsa testimonianza, bensì sono lo Stato e la collettività. Questa previsione è in linea con la tutela del buon funzionamento dell’attività giudiziaria in quanto sono proprio questi due soggetti ad avere interesse in ciò.

Per realizzare il reato di falsa testimonianza è sufficiente che il colpevole sia a conoscenza del fatto che ciò che sta dichiarando non corrisponde al vero (il momento della dichiarazione coincide col momento della commissione), e pertanto il legislatore ha ritenuto che fosse sufficiente l’identificazione di un dolo generico.

2. Soggetto passivo del reato di falsa testimonianza

Si è detto che con questo reato si intende tutelare la correttezza della giustizia.

Pertanto, si può essere accusati di falsa testimonianza anche indipendentemente dall’esito del processo penale o del processo civile, e dal fatto che la decisione del giudice possa essere o meno erronea. Basta il comportamento in sè del testimone che abbia voluto dire bugie o omettere la verità, perché la giustizia sia messa in pericolo, e il comportamento sia da considerare passibile di condanna.

Parimenti costituisce però un’aggravante l’ipotesi in cui dalla falsa testimonianza dipenda la condanna, evidentemente erronea, di un altro soggetto. L’aggravante viene calcolata modulandola in base alla gravità della pena inflitta al terzo.

Il soggetto passivo del reato quindi è la collettività, pertanto il privato che ha denunciato la falsa testimonianza non è legittimato ad opporsi all’archiviazione richiesta dal PM o al successivo ricorso per Cassazione contro la declaratoria di inammissibilità dell’opposizione.

3. Circostanze aggravanti del reato

Nel delitto in esame trovano applicazione le circostanze aggravanti previste dall’articolo 383 bis del codice penale, in particolare sono circostanze dette di natura oggettiva in base alle quali si configura un aumento proporzionale della pena, in tre diversi “scaglioni”, in relazione alla gravità della condanna dovuta alla sentenza deviata dalla falsa testimonianza resa. Si prevede pertanto:

  • reclusione da due a sei anni: quando la pena inflitta sia inferiore cinque anni;
  • reclusione da quattro a dieci anni: quando la sentenza di condanna abbia previsto una pena superiore a cinque anni per il soggetto avverso al quale è stata deposta falsa testimonianza;
  • reclusione da otto a vent’anni: quando il soggetto sia stato condannato all’ergastolo.

Per poter condurre ad un aumento della pena è indispensabile che la sentenza di condanna sia passata in giudicato ma anche provare che effettivamente la dichiarazione mendace sia stata determinante per la decisione conclusiva.

4. Cause di non punibilità e ritrattazione

Nel reato in esame è possibile applicare l’articolo 376 del codice penale riguardante la ritrattazione. Questo comportamento consiste nel fatto che, chi ha precedentemente dichiarato il falso o negato il vero, decida invece di manifestare la verità, rendendo noti effettivamente i fatti di cui è a conoscenza. Tuttavia, per poter escludere la punibilità del reato, è necessario che la ritrattazione avvenga:

  • prima della chiusura del dibattimento nel processo penale;
  • prima della sentenza definitiva, anche revocabile, nel processo civile.

Per quanto concerne le cause di non punibilità è qui applicabile l’articolo 384 c.p. ai sensi del quale si prevede la non punibilità di chi abbia reso falsa testimonianza:

  • da chi sia stato costretto per salvare sé stesso o un prossimo congiunto da grave e inevitabile danno di libertà o onore;
  • da chi, per legge, non avrebbe dovuto essere assunto come testimone, non avrebbe potuto essere obbligato o avrebbe dovuto essere avvertito della facoltà di non rispondere.

Sono due previsioni diverse e la giurisprudenza è intervenuta in particolar modo sull’eventualità che un soggetto renda dichiarazioni mendaci, senza avvalersi della facoltà di non rispondere, al fine di tutelare un prossimo congiunto. Diversi sono stati gli orientamenti a riguardo dell’ipotesi in cui un soggetto abbia reso falsa testimonianza per salvaguardare un prossimo congiunto, nonostante fosse stato avvertito della facoltà di non rispondere. La Corte di Cassazione penale si è espressa nel 2007 sull’argomento, sostenendo una posizione negativa rispetto all’idea di giustificazione di un soggetto che decida di rendere falsa testimonianza per salvare un prossimo congiunto da un nocumento, anche laddove sia stato avvertito della possibilità di non testimoniare. Nonostante sia stata riconosciuta la fondamentale importanza dei vincoli familiari, la Corte ha anche ritenuto necessario ricordare che il legislatore ha accordato al prossimo congiunto la facoltà di astenersi dalla testimonianza (se l’interessato pensi di non poter superare il conflitto tra legame familiare e obbligo di verità). Si deduce quindi che se l’interessato decida, in piena libertà, di deporre ugualmente dichiarando il falso, egli sia punibile. Questo anche perché il rischio sarebbe quello di rendere possibile la creazione di un testimone con la facoltà di mentire e sarebbe quindi del tutto incompatibile col sistema processuale e con la figura stessa del teste.

5. Come si prova la sussistenza della falsa testimonianza?

Provare la sussistenza di questo reato non è sempre facile. Prima di tutto, laddove si pensi di essere stati vittima di questa condotta delittuosa, è necessario assumere tutti gli elementi idonei al fine di provarla. Quindi accedere a tutti i verbali di causa relativi alla deposizione di cui si sospetta la non veridicità, anche tutte quelle dichiarazioni che siano idonee a dimostrare che il teste abbia dichiarato il falso o negato il vero.

Ad esempio, nell’indagine a riguardo, si potrebbe principalmente cercare di capire se il testimone fosse effettivamente dove ha dichiarato di essere o se invece fosse altrove, ovvero cercare di dimostrare che il teste avrebbe potuto avere qualche interesse nel dichiarare una finta verità.

Sara Barbalinardo

Fonti normative

Codice penale: artt. 372, 376, 383 bis, 384.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite Penali: Sentenza 29 novembre 2007, n. 7208.

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