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Trieste Half Marathon e discriminazione: un caso utile per ripassare la normativa

Gli organizzatori del Trieste Running Festival fanno un passo indietro. Dopo la bufera scatenatasi nei giorni scorsi, per la quale si criticava la decisione di non ingaggiare atleti africani, arriva la smentita. «Non è stata vietata l’iscrizione a nessuno», conferma Pierpaolo Roberti, assessore alla sicurezza del Friuli Venezia Giulia, «anche un atleta africano, anche keniano, può partecipare e vincere la Trieste Half Marathon il 5 maggio prossimo. Se vuole venire qua, si porta anche a casa il premio in denaro».

< Attualitá   # Giuridica.net  

Fabio Carini, presidente della società organizzatrice, ha tenuto a sottolineare che la sua era da vedere come una sorta di “provocazione” contro un sistema che vedrebbe gli atleti africani come pedine in mano a organizzazioni e scambi di denaro mortificanti: «Gli atleti del Kenya e del Nord Africa [sono] pedine di manager sfruttatori senza scrupoli. Questi atleti sono sottopagati e trattati in maniera indecente rispetto a quello che è il loro valore. Questo poi va a discapito di atleti italiani ed europei che chiaramente rispetto al costo della vita non possono essere ingaggiati, perché hanno costi di mercato».

Un intento nobile, senz’altro, tuttavia la polemica scatenata dalla notizia non è da assecondare. Mettendo in atto un simile divieto, infatti, non si vanno a colpire solo i manager colpevoli, ma gli atleti stessi. Questo è il pensiero dell’Asgi (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione), la quale ricorda che «le norme del diritto sportivo e quelle dello stesso regolamento della gara non consentono discriminazioni fondate direttamente sulla nazionalità o sul continente di provenienza, né tanto meno, direttamente o indirettamente, sull’elemento etnico-razziale». L’esclusione dalla gara, in questo senso, entrerebbe in contrasto con «il sistema internazionale dei diritti dell’Uomo, il principio costituzionale di uguaglianza, le direttive europee in materia di non discriminazione (direttiva 2000/78/CE) e la stessa legislazione sportiva», in quanto non comprende solo gli atleti affiliati a certi manager, ma la totalità degli atleti di origine o nazionalità africana. All’interno della direttiva europea, infatti, non vi è alcuna eccezione di applicabilità del principio di non discriminazione per quel che riguarda le manifestazioni sportive.

L’unico modo per non entrare in contrasto con il diritto internazionale – non entrando, quindi, nel circolo della discriminazione razziale – sarebbe quello di intervenire direttamente sui meccanismi denunciati, così da sostenere gli atleti sfruttati.

Conclude l’Asgi: «L’attività sportiva dovrebbe riflettere i valori della fratellanza, della tolleranza, del rispetto del pluralismo e delle diversità e non certo veicolare messaggi divisivi e discriminatori tali da danneggiare la coesione sociale ed inficiare l’inclusione sociale dei soggetti appartenenti a minoranze sociali».

È questo il caso di un ennesimo tafferuglio informativo? Può essere, certo è che non fa mai male ricordare la normativa in tema di anti-discriminazione.

Emanuele Seccogiuridica.net

Fonti

ilPost

Asgi

eur-lex.europa.eu

Triesteallnews.it


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