Danno terminale e tempo: valido anche se la vittima muore dopo un’ora

Cosa incide sul risarcimento o meno di un danno terminale? È sostanzialmente una questione di tempo. Questo è quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 26727/2018, grazie alla quale si sono definiti dei criteri utili alla valutazione del caso.

Ultimo aggiornamento: 3/6/2026

Danno terminale e danno tanatologico

Una buona definizione di danno terminale si può reperire nella sentenza di Cassazione n. 1530/2015 (Sezioni Unite), nella quale si era deciso di escludere la risarcibilità del danno tanatologico nella circostanza in cui il soggetto perdesse la vita immediatamente o, comunque, in un breve lasso di tempo dall’evento traumatico. La causa sarebbe la venuta meno del soggetto stesso nel momento in cui scatta il credito risarcitorio.

Il danno tanatologico entra in gioco quando l’illecito è ai danni del bene vita. Indipendente dal bene salute, in caso di sua perdita non può esserci una traduzione nel contestuale acquisto al patrimonio della vittima di un corrispondente diritto al risarcimento agli eredi. Il motivo sta nella funzione del risarcimento: esso è riparatorio, non certo sanzionatorio.

Il danno terminale, invece, scatta nel momento in cui la vittima percepisce su di sé il danno che la porterà alla morte, quella che si può definire “consapevolezza di morire”. Oltretutto, nel caso in cui tra la lesione e il decesso sia passato «un apprezzabile lasso di tempo» ed entrasse in gioco uno stato di sofferenza psichica, si potrebbe parlare di danno catastrofico (o catastrofale); circostanze confermate dalla Cassazione in svariate sentenze (si vedano, per esempio, la n. 15395/2016 e la 23183/2014).

La nozione di «apprezzabile lasso di tempo», come è facile intuire, è ancora oggetto di dibatto e non uniformità. Quando il periodo di tempo può essere considerato «apprezzabile» affinché i familiari della vittima possano reclamare quanto gli spetta di diritto? Non è ancora ben chiaro: ci sono state volte in cui è stata esclusa la risarcibilità per il trascorrere di un giorno o pochissimi giorni, in altri sono bastate poche ore o frazioni di esse.

Commento della sentenza n. 26727/2018

La sentenza n. 26727/2018 va a chiarire proprio l’aspetto temporale, fissando qualche criterio utile giudicando il caso dei congiunti di un ciclista morto in seguito a un sinistro stradale. Tra i danni richiesti, figurava il danno terminale in quanto il decesso della vittima era avvenuto poche ore dopo l’incidente.

In primo grado e in appello, il danno non era riconosciuto: entrambe le corti avevano giudicato che il ciclista fosse morto nell’immediatezza dell’evento. I giudici di Cassazione, invece, hanno bocciato la sentenza di secondo grado, considerando il fatto che la vittima era rimasta cosciente per ben tre ore dopo l’incidente, e ben conscia del fatto che sarebbe morta; circostanza emersa dalla dichiarazione di un testimone.

Il giudizio della Cassazione va in una sola direzione: nel caso in cui tra l’evento lesivo e la morte intercorra anche un minimo lasso di tempo in cui si prova che la vittima è cosciente della sicura morte, il danno terminale va risarcito; tutto ciò nel pieno rispetto della dignità umana per quanto stabilito dall’art. 2 della Costituzione. Il danno non patrimoniale, quindi, «sussiste ineludibilmente sia sotto il profilo stricto sensubiologico sia sotto il profilo morale».

Emanuele Secco, Giuridica.net

Fonte

Il Sole 24 ore

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Cos'è il danno terminale?
Il danno terminale è il danno non patrimoniale riconosciuto alla vittima quando essa percepisce consapevolmente l'approssimarsi della propria morte. Scatta nel momento in cui la vittima ha consapevolezza di morire e si basa sulla protezione della dignità umana garantita dall'articolo 2 della Costituzione.
Qual è la differenza tra danno terminale e danno tanatologico?
Il danno tanatologico riguarda il bene 'vita' e non è risarcibile perché non può trasformarsi in diritto al risarcimento per la vittima morta. Il danno terminale, invece, sussiste quando la vittima è ancora viva ma consapevole della morte imminente, ed è risarcibile agli eredi come danno non patrimoniale.
Quanto tempo deve passare tra l'incidente e la morte per ottenere il risarcimento del danno terminale?
Secondo la Cassazione (sentenza 26727/2018), anche un minimo lasso di tempo è sufficiente, purché si provi che la vittima era consapevole della sicura morte. Nel caso analizzato del ciclista, il danno terminale è stato riconosciuto per 3 ore di consapevolezza tra l'incidente e il decesso.
Se la morte avviene subito dopo l'incidente, si può richiedere il danno terminale?
No, se la morte avviene nell'immediatezza dell'evento traumatico senza periodo di consapevolezza, il danno terminale non è risarcibile. È essenziale che intercorra un periodo, anche brevissimo, durante il quale la vittima sia cosciente della morte imminente.
Chi può chiedere il risarcimento del danno terminale?
Gli eredi della vittima possono richiedere il risarcimento del danno terminale, poiché la vittima non può più esercitare questo diritto dopo il decesso. La giurisprudenza riconosce questo diritto agli eredi quando provano che il defunto è stato consapevole della morte imminente nel periodo tra l'evento lesivo e il decesso.