Differenze retributive: come farle valere

Scopri come riconoscere e far valere le differenze retributive sul lavoro. Guida pratica con consigli legali e strumenti per tutelare i tuoi diritti.

Introduzione 

Le differenze retributive rappresentano una delle questioni più ricorrenti nel rapporto di lavoro subordinato e si verificano quando il lavoratore percepisce una retribuzione inferiore rispetto a quella che gli spetta in base alla legge o al contratto collettivo applicabile. 

La retribuzione, infatti, non è liberamente determinabile dal datore di lavoro: deve rispettare i principi costituzionali sanciti dall’art. 36 della Costituzione – che impone una retribuzione proporzionata e sufficiente – nonché le disposizioni normative e contrattuali vigenti.

Le situazioni in cui tali irregolarità emergono sono varie e comprendono, ad esempio, il mancato adeguamento ai minimi tabellari del contratto collettivo, la mancata o scorretta remunerazione del lavoro straordinario, l’errato inquadramento professionale con conseguente attribuzione di un livello inferiore rispetto alle mansioni effettivamente svolte, nonché il mancato riconoscimento di indennità o premi dovuti.

In presenza di differenze retributive, la consapevolezza dei propri diritti assume un ruolo centrale: il lavoratore può infatti attivarsi per la loro tutela sia attraverso strumenti stragiudiziali, come le richieste formali o i tentativi di conciliazione, sia ricorrendo al Tribunale del lavoro con l’assistenza di un sindacato o di un legale. La riforma Cartabia ha inoltre rafforzato gli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie, incentivando percorsi rapidi e meno onerosi quali la negoziazione assistita e la mediazione.

In questo quadro, la conoscenza dei mezzi di tutela disponibili diventa fondamentale per garantire l’effettività del diritto a una giusta retribuzione e per assicurare che i principi costituzionali trovino concreta applicazione nella realtà lavorativa.

Vediamo di seguito di approfondire alcuni aspetti sul tema

1. Cosa Sono le Differenze Retributive

Definizione e Ambito Applicativo

Le differenze retributive rappresentano un istituto centrale del diritto del lavoro e consistono nel diritto del lavoratore a ottenere la parte di retribuzione non percepita rispetto a quella che, in base alla legge e alla contrattazione collettiva, gli sarebbe spettata. Tale meccanismo risponde all’esigenza di assicurare l’effettiva corresponsione di una retribuzione adeguata, in linea con i principi costituzionali e con i parametri fissati dai contratti collettivi.

La distinzione che sorregge l’intero sistema è quella tra retribuzione effettivamente corrisposta e retribuzione dovuta: la prima coincide con le somme concretamente erogate dal datore di lavoro durante il rapporto, mentre la seconda rappresenta l’importo spettante al lavoratore in considerazione delle mansioni svolte, del livello di inquadramento corretto e delle condizioni contrattuali applicabili.

Secondo la giurisprudenza, il diritto alle differenze retributive sorge ogniqualvolta il lavoratore venga collocato in un livello contrattuale inferiore rispetto a quello spettante, percepisca una retribuzione inadeguata rispetto ai principi costituzionali di proporzionalità e sufficienza oppure subisca errori nell’applicazione delle tabelle contrattuali. In tali circostanze, egli matura un vero e proprio credito di natura contrattuale, tutelato dall’ordinamento giuslavoristico come diritto soggettivo pieno.

Normativa di Riferimento

Il fondamento normativo delle differenze retributive risiede innanzitutto nell’articolo 36 della Costituzione, che sancisce il diritto del lavoratore a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato e comunque sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa. Tale disposizione ha carattere immediatamente precettivo e attribuisce al lavoratore un diritto indisponibile, come riconosciuto in modo costante dalla giurisprudenza.

La norma costituzionale individua due parametri imprescindibili dell’obbligazione retributiva: la proporzionalità, che garantisce la corrispondenza della retribuzione alla qualità e quantità del lavoro svolto, e la sufficienza, intesa come diritto a un compenso non inferiore agli standard minimi necessari non solo per soddisfare i bisogni essenziali, ma anche per condurre una vita dignitosa e partecipare alla vita sociale e culturale.

Sul piano civilistico, l’articolo 2099 del Codice civile disciplina la retribuzione, stabilendo che essa deve essere corrisposta nella misura determinata dalle norme corporative o, in mancanza, essere fissata dal giudice sulla base del parere delle associazioni professionali. 

La contrattazione collettiva assume un ruolo centrale nella determinazione concreta della retribuzione dovuta, costituendo il parametro di riferimento principale per l'accertamento delle differenze retributive. Tuttavia, come chiarito dalla giurisprudenza più recente, la circostanza che la retribuzione sia prevista da un contratto collettivo nazionale sottoscritto da organizzazioni rappresentative non è di per sé sufficiente a garantirne la conformità all'articolo 36 della Costituzione. Il giudice può infatti dichiarare la nullità delle clausole contrattuali collettive quando, sulla base di uno scrutinio improntato a particolare prudenza, risulti che la retribuzione non sia proporzionata alla qualità e quantità del lavoro prestato né sufficiente ad assicurare un'esistenza libera e dignitosa.

2. Quando Nascono le Differenze Retributive

Errato Inquadramento o Livello Contrattuale

Tra le ipotesi più frequenti di differenze retributive vi è quella dell’errato inquadramento professionale, che si verifica quando al lavoratore viene attribuito un livello contrattuale inferiore rispetto alle mansioni concretamente svolte. I contratti collettivi nazionali di lavoro stabiliscono infatti sistemi di classificazione basati su profili professionali, competenze e responsabilità; ne deriva che, qualora vi sia una discrepanza tra il livello formale assegnato e le attività effettivamente esercitate, il dipendente ha diritto a percepire la retribuzione corrispondente al livello superiore. Si pensi, ad esempio, al caso di un impiegato formalmente inquadrato al IV livello che, nella pratica quotidiana, coordina altri lavoratori e gestisce attività organizzative tipiche del III livello, oppure a quello di un operaio qualificato che svolga mansioni complesse di manutenzione pur essendo registrato come semplice manovale. In tali situazioni si determina un evidente pregiudizio economico, spesso sfruttato dalle imprese – soprattutto di grandi dimensioni – come strumento per contenere i costi del personale attraverso il rinvio o l’elusione della progressione di carriera. La giurisprudenza riconosce al lavoratore la possibilità di ottenere il corretto inquadramento e le differenze retributive maturate, con effetto retroattivo, purché venga dimostrata la corrispondenza tra mansioni effettivamente svolte e livello contrattuale rivendicato.

Straordinari, Indennità e Scatti Non Riconosciuti

Un altro ambito nel quale le differenze retributive emergono con frequenza riguarda il mancato pagamento di prestazioni accessorie e indennità previste dal contratto collettivo. Accade spesso che le ore di lavoro straordinario vengano compensate irregolarmente con riposi o, in alcuni casi, completamente ignorate, in aperta violazione delle previsioni contrattuali. Analoghe criticità si riscontrano con riferimento alle indennità spettanti per lavoro notturno, reperibilità o trasferte, che talvolta vengono omesse dal datore di lavoro nonostante siano espressamente riconosciute dalla contrattazione collettiva. A ciò si aggiunge la questione degli scatti di anzianità, che rappresentano incrementi automatici della retribuzione legati alla durata del rapporto: il loro mancato riconoscimento priva il dipendente di un diritto certo e progressivo, minando uno degli strumenti fondamentali di tutela della carriera lavorativa. In tutte queste ipotesi, la documentazione – come buste paga, registri delle timbrature e ordini di servizio – assume un ruolo determinante per dimostrare l’inadempimento del datore e consentire al lavoratore di far valere in giudizio le proprie pretese economiche.

3. Come Far Valere le Differenze Retributive

Reclamo al Datore di Lavoro 

Il primo passo per far valere le differenze retributive consiste, di regola, nell’inoltrare una richiesta scritta e formale al datore di lavoro. Tale comunicazione, preferibilmente redatta con l’assistenza di un legale o di un’organizzazione sindacale, deve contenere la puntuale indicazione delle somme rivendicate e delle ragioni che ne giustificano la pretesa, con riferimento al CCNL applicabile e alle mansioni effettivamente svolte. Questa fase ha natura stragiudiziale e mira a sollecitare una soluzione bonaria, evitando l’instaurazione di un contenzioso. In molti casi il datore, di fronte a una contestazione fondata e adeguatamente documentata, può procedere a un riconoscimento parziale o totale del credito. L’invio della diffida, inoltre, interrompe il termine di prescrizione quinquennale dei crediti di lavoro, consentendo al dipendente di salvaguardare le proprie pretese anche qualora la controversia non venga immediatamente definita.

Conciliazione Sindacale o Ispettorato del Lavoro 

In assenza di riscontro positivo, il lavoratore può attivare procedure alternative di risoluzione della controversia. Una prima via è la conciliazione sindacale, che si svolge dinanzi alle rappresentanze dei lavoratori e dei datori di lavoro, con la possibilità di raggiungere un accordo avente efficacia vincolante. In alternativa, ci si può rivolgere all’Ispettorato Territoriale del Lavoro, che convoca le parti per tentare un componimento conciliativo e, in caso di mancata intesa, redige verbale utile ai fini probatori. Tali strumenti presentano il vantaggio della rapidità e dei costi ridotti, potendo concludersi in poche settimane. La riforma Cartabia, inoltre, ha valorizzato la negoziazione assistita quale ulteriore percorso deflattivo. Anche in queste sedi, l’assistenza di un legale o di un sindacalista garantisce la corretta quantificazione delle somme spettanti e la tutela della validità dell’accordo raggiunto.

Ricorso al Giudice del Lavoro 

Qualora le soluzioni stragiudiziali non conducano a un esito favorevole, il lavoratore ha la facoltà di adire il Tribunale del lavoro mediante ricorso ex art. 414 c.p.c., depositato dal difensore nelle forme telematiche. L’azione giudiziaria richiede la predisposizione di un corredo probatorio idoneo a dimostrare l’esistenza e l’entità delle differenze retributive: centrale sarà la produzione delle buste paga, dei contratti collettivi e individuali, delle timbrature o di altra documentazione attestante le prestazioni effettivamente rese. Possono assumere rilievo anche le testimonianze dei colleghi di lavoro. Il termine di prescrizione dei crediti da lavoro subordinato è di cinque anni, decorrenti, per i rapporti non più in corso, dalla cessazione del contratto. È pertanto fondamentale agire tempestivamente per non incorrere in decadenze. La sentenza favorevole del giudice non solo accerta il diritto alle differenze retributive, ma condanna il datore al pagamento delle somme dovute, maggiorate di interessi e rivalutazione monetaria.

4. Prove e Documentazione Necessaria

Buste Paga e Contratti

La principale fonte di prova nelle cause per differenze retributive è rappresentata dalla documentazione contabile e contrattuale. Le buste paga, infatti, costituiscono il documento ufficiale che attesta le somme effettivamente corrisposte al lavoratore e consentono di confrontarle con i minimi retributivi previsti dal CCNL applicabile. Allo stesso modo, il contratto individuale di lavoro e quello collettivo consentono di stabilire diritti, obblighi e livelli di inquadramento, costituendo parametro di riferimento imprescindibile. Fondamentali possono essere anche i prospetti contributivi, i CUD e le certificazioni rilasciate dal datore di lavoro agli enti previdenziali, che permettono di verificare eventuali discordanze. La produzione di tale documentazione in giudizio offre un quadro chiaro delle differenze maturate, rendendo più agevole la quantificazione del credito. Senza un adeguato corredo probatorio di tipo documentale, l’azione giudiziaria rischia di essere indebolita, poiché spetta al lavoratore dimostrare l’esistenza del credito rivendicato.

Testimonianze e Corrispondenza

Oltre alla documentazione contabile, rivestono un ruolo significativo le prove testimoniali e la corrispondenza intercorsa con il datore di lavoro. I colleghi che hanno condiviso lo stesso ambiente di lavoro possono confermare le mansioni effettivamente svolte dal ricorrente, la frequenza degli straordinari, l’attribuzione di responsabilità superiori rispetto al livello contrattuale riconosciuto. Le testimonianze, dunque, integrano e rafforzano i documenti prodotti, fornendo un quadro realistico delle condizioni lavorative. Anche la corrispondenza aziendale, come email, ordini di servizio o comunicazioni interne, può dimostrare la natura e la quantità delle prestazioni rese, nonché l’eventuale riconoscimento implicito del datore delle pretese del lavoratore. In alcuni casi, persino le chat aziendali o le convocazioni a riunioni possono essere rilevanti per attestare un ruolo di responsabilità non formalizzato. Tutti questi elementi, valutati congiuntamente dal giudice, concorrono a fornire un supporto probatorio solido alle rivendicazioni economiche del dipendente.

5. Prescrizione e Tempi di Recupero dei Crediti 

La disciplina della prescrizione dei crediti retributivi rappresenta uno degli aspetti più delicati e tecnicamente complessi del diritto del lavoro, richiedendo particolare attenzione da parte dei professionisti nella gestione delle controversie giuslavoristiche. La normativa di riferimento si articola principalmente attorno al termine prescrizionale quinquennale previsto dall'art. 2948 n. 4 del Codice civile, che disciplina la prescrizione degli "interessi e, in generale, tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi", nonché delle "indennità spettanti per la cessazione del rapporto di lavoro" di cui al n. 5 dello stesso articolo.

La giurisprudenza di legittimità ha profondamente innovato l'interpretazione di tale disciplina a seguito delle riforme introdotte dalla legge n. 92 del 2012 (c.d. riforma Fornero) e dal decreto legislativo n. 23 del 2015. Come chiarito dalla Cassazione civile con ordinanza n. 19177 del 6 luglio 2023, "il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, come modulato per effetto della l. n. 92 del 2012 e del d.lgs. n. 23 del 2015, mancando dei presupposti di predeterminazione certa delle fattispecie di risoluzione e di una loro tutela adeguata, non è assistito da un regime di stabilità, sicché, per tutti quei diritti che non siano prescritti al momento di entrata in vigore della l. n. 92 del 2012, il termine di prescrizione decorre, a norma del combinato disposto degli artt. 2948, n. 4, e 2935 c.c., dalla cessazione del rapporto di lavoro".

La distinzione fondamentale che emerge dalla giurisprudenza più recente riguarda la differente disciplina applicabile ai rapporti in corso rispetto a quelli cessati. Durante la vigenza del rapporto di lavoro, quando questo sia assistito da un regime di stabilità reale attraverso la tutela reintegratoria, la prescrizione decorre normalmente dalla maturazione di ciascun credito. Tuttavia, come precisato dal Tribunale lavoro Pisa con sentenza n. 269 del 9 maggio 2025, "nel rapporto di lavoro a tempo indeterminato, come modificato dalla legge n. 92 del 2012 e dal d.lgs. n. 23 del 2015, il termine di prescrizione quinquennale per i crediti retributivi del lavoratore decorre dalla cessazione del rapporto di lavoro e non già dalla maturazione del singolo credito, poiché il venire meno del regime di stabilità reale e l'introduzione di un sistema di tutele differenziate comporta che la predeterminazione certa delle fattispecie di risoluzione e la loro tutela adeguata non sono più garantite".
Per i rapporti cessati, invece, il termine prescrizionale inizia invariabilmente a decorrere dalla data di cessazione del rapporto stesso, indipendentemente dal momento di maturazione dei singoli crediti. Tale principio trova conferma nella Corte d'appello lavoro L'Aquila sentenza n. 251 del 30 giugno 2025, secondo cui "il termine quinquennale di prescrizione per i crediti da differenze retributive decorre dalla cessazione del rapporto e non può essere differito in ragione della pendenza di un separato giudizio di impugnazione del licenziamento, atteso che l'azione per il recupero delle differenze retributive può essere esperita dal lavoratore sia contestualmente all'impugnativa di licenziamento che separatamente".
L'importanza di agire tempestivamente emerge con particolare evidenza dalla rigida applicazione dei termini prescrizionali da parte della giurisprudenza. La sentenza del Tribunale lavoro Cassino n. 29 del 13 gennaio 2025 chiarisce che "la richiesta di espletamento del tentativo di conciliazione presso la Direzione territoriale del lavoro interrompe la prescrizione ai sensi dell'articolo 410, comma 2, del codice di procedura civile, ma solo a condizione che tale richiesta sia comunicata al datore di lavoro e non sia sufficiente il mero inoltro alla Direzione territoriale del lavoro con successiva convocazione del datore di lavoro". Inoltre, come evidenziato dal Tribunale lavoro Pavia sentenza n. 450 del 01 ottobre 2024, "la mera riserva di agire formulata in un precedente giudizio civile non produce alcun effetto interruttivo della prescrizione ai sensi dell'articolo 2943 comma 2 del Codice Civile, in quanto costituisce manifestazione generica e ipotetica priva dell'inequivocabile volontà di esigere l'adempimento di una specifica obbligazione".

La tempestività dell'azione assume quindi carattere decisivo per la tutela dei diritti del lavoratore, considerando che il decorso del termine prescrizionale comporta l'estinzione definitiva del credito, salvo rinuncia espressa o tacita del debitore alla prescrizione maturata.

6. Casi Pratici e Giurisprudenza

Sentenze Rilevanti in Materia di Differenze Retributive 

Gli orientamenti giurisprudenziali consolidati in materia di differenze retributive evidenziano una costante evoluzione della tutela del lavoratore, con particolare attenzione al principio costituzionale della retribuzione proporzionata e sufficiente. La Cassazione civile con ordinanza n. 23115 del 12 agosto 2025 ha chiarito che quando una sentenza di condanna generica si pronuncia espressamente sui criteri di quantificazione delle differenze retributive, si forma giudicato anche su tali profili specifici, precludendo ogni successiva contestazione in sede di liquidazione. Tale principio rappresenta un'importante garanzia per il lavoratore, impedendo al datore di lavoro di rimettere in discussione parametri di calcolo già definitivamente accertati.

La giurisprudenza di legittimità ha inoltre consolidato il principio secondo cui il diritto alle differenze retributive per mansioni superiori prescinde dalla legittimità dell'assegnazione. Come evidenziato dal Tribunale lavoro Napoli con sentenza n. 7801 del 19 novembre 2024, nel pubblico impiego contrattualizzato lo svolgimento di fatto di mansioni dirigenziali comporta il diritto alla retribuzione propria di detta qualifica superiore, senza che tale diritto sia condizionato alla legittimità dell'assegnazione o alle previsioni dei contratti collettivi. Il fondamento di tale orientamento risiede nell'articolo 36 della Costituzione che garantisce una retribuzione proporzionata alla qualità del lavoro prestato.

La Cassazione ha inoltre precisato che il giudicato sostanziale non si limita al solo riconoscimento del diritto alle differenze retributive, ma si estende a tutti gli aspetti sui quali il giudice si sia espressamente pronunciato, inclusi i parametri di calcolo delle somme spettanti. Tale orientamento, confermato dalla Cassazione civile con ordinanza n. 23113 del 12 agosto 2025, garantisce certezza nei rapporti processuali e impedisce strategie dilatorie da parte del debitore.

Esempio di Recupero Retributivo 

Un caso emblematico di recupero di differenze retributive è rappresentato dalla vicenda decisa dal Tribunale lavoro Napoli con sentenza n. 1281 del 18 febbraio 2025. La lavoratrice aveva ottenuto con precedente sentenza n. 3912/2024 l'accertamento dell'ascrivibilità delle mansioni effettivamente svolte al superiore livello B del contratto collettivo di settore, con conseguente condanna al pagamento delle differenze retributive maturate dal 30 luglio 2016 al 12 aprile 2021. Nel successivo giudizio di quantificazione, il Tribunale ha riconosciuto alla lavoratrice il diritto a percepire differenze retributive pari a 1.939,46 euro, corrispondenti alla differenza tra il tabellare del livello A3 effettivamente corrisposto e quello del livello B1 spettante per le mansioni concretamente espletate.

Dunque, accertato il diritto sostanziale alle differenze retributive attraverso la verifica della corrispondenza tra mansioni svolte e inquadramento contrattuale, si procede alla quantificazione del credito sulla base dei parametri contrattuali applicabili. La quantificazione è stata effettuata utilizzando i dati contabili ricavati dalle buste paga, costituendo tali elementi probatori fonte attendibile per la determinazione delle differenze economiche maturate. Il Tribunale ha inoltre stabilito che le differenze retributive così determinate sono comprensive degli interessi legali e dell'eventuale rivalutazione monetaria dalle singole scadenze mensili fino all'effettivo soddisfacimento del credito, in considerazione del carattere alimentare della retribuzione.

Analogamente, il Tribunale lavoro Torino con sentenza n. 1547 del 11 giugno 2025 ha riconosciuto a un lavoratore il diritto alle differenze retributive per lo svolgimento di mansioni superiori, stabilendo che il periodo di riferimento per il calcolo decorre dal momento in cui il lavoratore ha iniziato a svolgere stabilmente le mansioni di livello superiore e si protrae fino alla cessazione del rapporto di lavoro. La pronuncia ha chiarito che l'accertamento giudiziale comporta il riconoscimento del diritto a percepire il trattamento economico previsto dal contratto collettivo per il livello corrispondente alle mansioni concretamente espletate, indipendentemente dalla formale classificazione originariamente attribuita.

Questi casi pratici evidenziano come il sistema giurisprudenziale sia fondamentale nel garantire effettiva tutela ai diritti retributivi del lavoratore.

7. Conclusioni: Perché È Importante Far Valere le Differenze Retributive

Far valere le differenze retributive non equivale soltanto a una tutela di interessi individuali, ma rappresenta un passaggio essenziale per dare concreta attuazione al principio sancito dall’articolo 36 della Costituzione, che riconosce a ogni lavoratore il diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa per sé e per la propria famiglia. La rivendicazione delle somme non corrisposte, pertanto, non si riduce a una mera pretesa economica, ma assume un significato più ampio, poiché contribuisce a ristabilire l’equilibrio nel rapporto di lavoro e a promuovere una cultura della legalità nei rapporti contrattuali.

La consapevolezza dei propri diritti costituisce il primo strumento di protezione per i lavoratori. Non di rado, infatti, le differenze retributive rimangono inosservate a causa della scarsa conoscenza delle norme contrattuali o del timore di possibili ritorsioni. Vigilare sul rispetto dei minimi tabellari, verificare il corretto riconoscimento delle indennità e confrontare le buste paga con le previsioni contrattuali significa prevenire abusi e ridurre le occasioni di elusione.

In questo percorso, l’assistenza degli avvocati giuslavoristi riveste un ruolo centrale. Essi forniscono competenza tecnica nella ricostruzione delle differenze e nella predisposizione delle prove, ma soprattutto operano come garanti di legalità, accompagnando il lavoratore nelle diverse fasi di tutela, da quelle conciliative a quelle giudiziali. L’azione legale, oltre a proteggere il singolo, contribuisce a consolidare prassi corrette e a scoraggiare condotte datoriali non conformi alle regole.

In conclusione, rivendicare le differenze retributive significa riaffermare la dignità del lavoro, valorizzando il rispetto delle regole e la tutela dei diritti fondamentali del prestatore d’opera come cardini del sistema giuslavoristico.

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FAQ sulle Differenze Retributive

Cosa si intende per differenze retributive?

Le differenze retributive sorgono quando il lavoratore percepisce uno stipendio inferiore a quello cui avrebbe diritto in base alla legge o al contratto collettivo applicabile. Si tratta, ad esempio, di mancato adeguamento ai minimi tabellari previsti dal CCNL, di straordinari non retribuiti, di scatti di anzianità non riconosciuti o di errato inquadramento professionale. Tali somme possono essere richieste dal lavoratore con effetto retroattivo, unitamente ad interessi e rivalutazione monetaria.

Come faccio a capire se sono sottopagato?

Per verificare l’esistenza di differenze retributive occorre confrontare la propria busta paga con le previsioni del CCNL applicabile e con il livello di inquadramento corretto in base alle mansioni effettivamente svolte. Può essere utile richiedere il supporto di un sindacato o di un avvocato giuslavorista, che saprà ricostruire la retribuzione spettante ed evidenziare eventuali omissioni. Anche il confronto con colleghi inquadrati nello stesso livello può fornire un primo riscontro.

Quanto tempo ho per richiedere le differenze retributive?

I crediti retributivi si prescrivono in cinque anni. Per i rapporti di lavoro cessati, il termine decorre dalla data di conclusione del contratto; per quelli in corso, la prescrizione decorre di regola durante il rapporto, salvo particolari eccezioni riconosciute dalla giurisprudenza. L’invio di una diffida o di un atto interruttivo sospende la prescrizione, consentendo al lavoratore di non perdere il diritto a rivendicare le somme maturate.

Posso rivolgermi a un sindacato o devo andare da un avvocato?

Il lavoratore può rivolgersi sia a un sindacato sia a un avvocato. Il sindacato offre spesso assistenza nelle procedure conciliative e nei rapporti con il datore di lavoro, mentre l’avvocato fornisce un supporto tecnico-giuridico completo, anche in sede giudiziale. Le due figure non sono alternative: è frequente che le organizzazioni sindacali collaborino con legali specializzati in diritto del lavoro per garantire una tutela più efficace.

Cosa succede se il datore di lavoro rifiuta di pagare?

In caso di rifiuto, il lavoratore può promuovere un tentativo di conciliazione sindacale o presso l’Ispettorato del Lavoro. Qualora la controversia non si risolva, è possibile adire il Tribunale del lavoro mediante ricorso. Il giudice, una volta accertata la fondatezza delle pretese, condanna il datore a corrispondere le differenze retributive dovute, comprensive di interessi e rivalutazione monetaria, oltre alle spese di giudizio.

 

 

Avvocato Marco Mosca

Marco Mosca

Sono l'Avv. Marco Mosca ed opero da 12 anni nel campo giuridico. Ho maturato una significativa esperienza in molti settori del diritto, in particolare nell'ambito della materia societaria e di tutto ciò che ad essa è collegato. Pertan ...