Patto di non concorrenza: caratteristiche e violazione

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Il patto di non concorrenza regolamenta i rapporti tra datore di lavoro e lavoratore in uscita verso altre aziende. Ecco come funziona.

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1. Cos’è il patto di non concorrenza?

Il diritto del lavoro prevede il patto di non concorrenza, una clausola che può essere inserita in ogni contratto individuale in accordo tra lavoratore e datore di lavoro. Questo istituto giuridico è utilizzato per tutelare il datore di lavoro qualora, in caso di licenziamento o dimissioni volontarie, il lavoratore trovi una nuova occupazione presso la concorrenza, portando con sé il proprio bagaglio di conoscenze acquisite nella vecchia impresa. Con il patto di non concorrenza, l’obiettivo del legislatore è regolamentare tutto il periodo successivo alla cessazione del rapporto lavorativa. Infatti, sempre più frequentemente, l’impresa necessita di tutelarsi verso i comportamenti illegittimi dei propri dipendenti, sia durante il rapporto di lavoro che dopo.

2. Obbligo di fedeltà, cos’è?

Diventa così necessario per il datore di lavoro, cercare di tutelarsi dinanzi al dubbio che un proprio lavoratore possa dimettersi, svincolandosi dall’obbligo di fedeltà, per buttarsi nelle braccia della concorrenza. L’obbligo di fedeltà è delineato dall’art 2105 del Codice Civile e ammonisce sull’impossibilità, per il lavoratore, di trattare affari in concorrenza con la propria impresa, sia per conto proprio che di terzi. Allo stesso tempo, al lavoratore non è ammesso diffondere notizie relative alle modalità organizzative e produttive dell’azienda.

3. Come funziona? Cosa sono durata e territorio nel patto di non concorrenza?

Se disciplinato nel contratto di lavoro tra dipendente e datore di lavoro, il patto di non concorrenza non può avere una durata superiore a 5 anni quando si tratta di dirigenti, e a 3 anni per tutte le altre tipologie di lavoratore. In caso di inserimento di una durata più ampia, la legge prevede una diminuzione automatica ai limiti prima descritti. Importante anche il discorso legato al territorio. Nella clausola deve essere indicata una limitazione geografica, non sono comunque valide le limitazioni generiche o spropositamente estese, in quanto potrebbero impedire al lavoratore di trovare un altro impiego.

4. Il corrispettivo, come funziona?

Il punto cardine e sicuramente più complesso di questo istituto giuridico, è il corrispettivo che il datore di lavoroè obbligato a retrocedere al lavoratore in presenza di un patto di non concorrenza. In realtà, non ci sono norme e indicazioni precise su quanto debba essere corrisposto al lavoratore, l’unica cosa certa è che eventuali corrispettivi simbolici o estremamente bassi, possono ritenersi nulli perché non equiparabili al sacrificio del lavoratore. In ogni caso, il corrispettivo va elargito ragionando su tutti gli elementi del patto (durata, estensione territoriale e ruolo). Quindi, il compenso sarà più alto se la posizione gerarchica del lavoratore è elevata, se il vincolo territoriale è ampio, se la durata è estesa e se le imprese concorrenti sono numerose.

Non ci sono normative che regolino le modalità e i termini di pagamenti. Sono quindi valide le seguenti tipologie di versamento: durante il rapporto di lavoro, alla cessazione del rapporto di lavoro, rateali dopo la cessazione del lavoro o in un’unica soluzione.

5. Violazione del patto di non concorrenza

Succede in alcune casistiche, che il lavoratore, pur avendo firmato il patto di non concorrenza, finisca per violare i paletti imposti dal patto stesso. In questo caso, in supporto del datore di lavoro interviene l’art. 700 del Codice Civile, secondo il quale si può fare ricorso d’urgenza al Tribunale. Quest’ultimo, dopo aver valutato la situazione, a tutela del datore di lavoro potrebbe emanare un’ordinanza di cessazione attività, oppure stabilire una penale per l’inadempimento degli accordi.

Gabriele Zangarini

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